VIDEO - 20 centesimi psichiatria

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IL PADRE SI RACCONTA
Una sera, un medico capita in teatro (è uno psichiatra che s’interessa di paternità) assiste ad un’opera ( L’Ultima Avventura di Capitan Uncino) che racconta il padre di oggi in modo semplice e commovente, ne rimane affascinato e vuole conoscere l’autore che per fortuna, non vive troppo lontano. Pensa che in questo è fortunato rispetto a Freud e Sofocle che non si sono mai conosciuti, in fondo, teatro e mente sono molto simili: tra i sogni e la coscienza c’è un sipario come tra scena e platea, se si apre nel sonno ci fa ricordare i sogni ma quando lo fa in teatro, diventa memoria collettiva. Certo lui non è Freud e l’altro non ha scritto Edipo, ma sono vivi tutti e due e possono incontrarsi, parlarsi e magari inventare qualcosa insieme.

L’ultima avventura di Capitan Uncino è un monologo teatrale per due attori e tre personaggi liberamente ispirato a quelli creati da Barrie, che Francesco Tranquilli, ha composto, diretto e presentato a San Benedetto del Tronto il 19 Marzo 2016. Nel programma di sala, l’autore ci introduceva così al suo Uncino: “James Hook, Capitan Uncino, personaggio predestinato alla sconfitta ma tanto anticonformista e raffinato da suscitare anche nei suoi nemici, compresa la stessa Wendy, un’irresistibile ammirazione, se non simpatia. Il grande attore inglese d’inizio 900, George Du Maurier, primo interprete del ruolo di Mr. Darling, volle a tutti i costi essere lui a recitare anche Uncino, trovando quel personaggio irresistibile (…) Ma se uno stesso attore può interpretare Mr. Darling e Capitan Uncino, ci siamo chiesti, non sarà perché i due personaggi hanno molto in comune, nella loro vertiginosa distanza?

E se incarnassero due aspetti contradditori e inconciliabili della stessa persona? Se la convivenza dell’amore per la tranquillità e la passione per l’avventura fosse un segno distintivo dell’uomo moderno? O dell’uomo d’ogni epoca?”

Ma anche del padre di ogni epoca – gli conferma lo psichiatra- di questo padre di oggi, sempre più spesso solo o separato, a volte depresso altre vecchio e abbandonato senza più una storia di famiglia da tramandare o un lavoro da insegnare. Psichiatra e Autore parlandosi scoprono di essere entrambi padri che vogliono dire e lasciare qualcosa ai loro figli attraverso ciò in cui credono, anche in questo strano tempo sospeso tra il reale e il virtuale. Hanno per le mani qualche attrezzo di scienza e qualche altro d’arte da mettere insieme per un lavoro nuovo, una specie di conversazione teatrale per Autore, Psichiatra e due Attori intorno a un personaggio che incarna una mitologia che va da Ulisse alla nuda solitudine dell’anziano d’oggi. “L’Ultima avventura di Capitan Uncino” contiene in realtà un’appassionata e moderna lirica sulla paternità in cui le umanissime debolezze, le offese del tempo e lo squallore di una condizione riescono a trasfigurarsi in sostegno, guida e incoraggiamento a vita e speranza che sono il senso più naturale del ruolo paterno. La demenza si trasforma in una prodigiosa macchina del tempo, il rimpianto in un tesoro di coraggio ritrovato, la paternità malata in un’esperienza creativa capace di raccontarsi e aiutare.

In questo nostro tempo di in-differenza, caos e terrore riproporre una direzione etica o almeno valoriale attraverso un’opera teatrale potrebbe sembrare privo di senso, eppure, se provassimo a pensare una conversazione senza grandi pretese, semplicemente attenta agli elementi essenziali che stanno alla base di forme complesse e apparentemente inestricabili, seguiremmo una strada analoga a quella della teoria dei frattali di Mandelbrot in cui la chiave di complessità apparentemente irriducibili può essere riconosciuta identificandone gli elementi costitutivi più

elementari che nel nostro caso sono il Tempo e l’Amore da cui originano le infinite forme del rapporto generazionale. Questa “Ultima Avventura” è un piccolo vascello, il Jolly Roger che attraversa il mare di caos postmoderno in cui siamo immersi per raggiungere ancora la Neverland di Barrie e dei Bimbi Sperduti sfuggendo al naufragio nel mare di nulla in cui si perdeva l’Ulisse di Pascoli; vi approda dopo due guerre mondiali e le torri gemelle guidato da un Capitan Uncino che si dimostra grande marinaio. Siamo certi che il Jolly Roger salperà infinite volte, anche senza, anche dopo di noi, ma oggi gli auguriamo Buon Vento mentre freme sotto la brezza fresca e sbanda appena con le scotte tese mentre la spuma gli accarezza la murata, col bompresso in gara coi delfini e il pennone di mezzana drizzato al cielo nel grido dei gabbiani a poppavia. Nuvole e vele insieme sull’azzurro mare a portarci oltre quell’orizzonte di finitezza facile, d’abbandono al disamore, d’ossessivo ripetersi di disperate copie delle copie. Buon vento ancora ad ogni marinaio: il Jolly Roger ha infiniti ponti e più alberi d’un bosco, ognuno armato di griselle d’arrampicare e coffe per guardar lontano; buon vento ad ogni padre pronto all’arrembaggio della meschinità e dell’indifferenza per riprendersi il sorriso dei figli rinchiuso nelle stive buie.

Buon Vento, Capitan Uncino!
 
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